Mentre i fiori di Sanremo venivano recisi per l’ennesima volta a favore di camera, il mondo fuori dall’Ariston sembrava impegnato in una potatura ben più drastica e violenta. Si è chiusa la 76esima edizione del Festival della Canzone Italiana e, a guardare la pioggia di coriandoli che ha sommerso il vincitore Sal Da Vinci, la sensazione di uno scollamento dalla realtà non è mai stata così vertiginosa.
Siamo di fronte a un paradosso mediatico: più la terra trema sotto i colpi di un disordine globale senza precedenti — tra il fango delle trincee in Ucraina che non accenna a ritirarsi, le fiamme mai domate in Medio Oriente e l’ombra nucleare che torna a farsi minacciosa — più la nostra “nave ammiraglia” televisiva sembra voler ignorare lo scafo che imbarca acqua.
La musica della restaurazione
Dal punto di vista della qualità, Sanremo 2026 ha scelto la via dell’autoconservazione. La vittoria di Sal Da Vinci con “Per sempre sì” è il manifesto di un’Italia che cerca rifugio nel rassicurante, nel già sentito, in un classicismo partenopeo che, pur tecnicamente inappuntabile, sa di restaurazione. È la vittoria del “conforto” sulla “sperimentazione”.
Certo, la critica ha provato a dare ossigeno a proposte più stratificate — come il pop sapiente di Fulminacci o la freschezza di Serena Brancale — ma la classifica finale parla chiaro: il televoto e il sentimento popolare hanno preferito la melodia che non disturba, il rito che si ripete identico a se stesso. In un anno in cui la geopolitica ci imponeva riflessioni profonde, il Festival ha preferito l’intrattenimento “safe”, trasformando il palco in una bolla di sapone dove il conflitto è stato ridotto, al massimo, a una polemichetta da backstage tra Morgan e Chiello.
Il Titanic di carta pesta
Non si può ignorare il contrasto stridente tra la leggerezza del “na na na” (citando i passaggi più deboli di questa edizione) e le notizie che scorrono nei sottopancia dei telegiornali. Proprio mentre l’orchestra intonava gli arrangiamenti per l’ennesima ballata sentimentale, le cancellerie internazionali discutevano di nuove barriere tariffarie, di droni sui cieli di Taiwan e di una crisi umanitaria in Sudan che ha raggiunto vette intollerabili.
Sanremo è diventato il nostro Titanic. Un Titanic di carta pesta dove le luci dei riflettori servono a non guardare il buio dell’oceano intorno a noi. C’è qualcosa di profondamente inquietante nel vedere un Paese intero fermarsi per una settimana a discutere di una stecca o di un vestito, mentre i pilastri dell’ordine liberale occidentale — come analizzato recentemente da voci autorevoli della politologia — scricchiolano sotto il peso di una leadership in crisi e di un disordine mondiale che non risparmierà nessuno.
Conclusioni amare
La qualità musicale di quest’anno non è stata “cattiva”, è stata peggio: è stata irrilevante. Ha rinunciato a graffiare, a sporcarsi le mani con la contemporaneità (fatta eccezione per rari momenti, come il coraggioso messaggio di Ermal Meta su Gaza).
Se il compito dell’arte, anche di quella popolare, è quello di essere lo specchio del proprio tempo, quest’anno lo specchio era coperto da un velo di velluto rosso. L’orchestra ha suonato magnificamente, ma la melodia non è servita a guidarci fuori dalla nebbia, solo a renderla più sopportabile per qualche ora. Ma una volta spenti i riflettori, l’acqua gelida del mondo reale è ancora lì, all’altezza delle ginocchia. E continua a salire.






